Però la domanda ti sorge

È successo che una mia amica s’è uccisa, a novembre. S’è uccisa, capite? Non è stato un incidente. Non c’è stato nessun automobilista del cazzo da incolpare, nessuno sbilanciamento pericoloso, nessun caso fortuito, nessuno a cui dare la colpa, manco il fato. Nessuno da odiare, nessuno da ingiuriare (per noi che la conoscevamo, perché poi per quelli di Cvt è stato un argomento di gossip incredibile, cercare il genitore da incolpare). Solo la sua volontà, il volo dalla finestra, probabilmente il metodo di suicidio più vecchio del mondo. Una cosa tragica, una cosa che ti tappa la bocca, qualcosa che non sai più che cazzo fare.
L’espressione seria delle tue amiche che ti passano a trovare per darti la notizia del folle volo. Tua sorella che ti dice: non puoi chiedere perché, perché sarebbe come mettere in discussione la sua volontà, e questo è quello che voleva. Arrivi a ringraziare un po’ il fatto che non s’è buttata da casa sua, che sta a 100 metri da casa tua, su una via parallela. Le colpe che ti dai, perché eri la sua vecchia amica e perché avevi lasciato che si allontanasse. Mandi un messaggio su facebook mentre ancora c’è qualche flebile speranza perché speri che lei un giorno lo legga. Da cogliona ti rendi conto che non lo farà. Da cogliona sei stata dietro a problemi tuoi, problemi che non stanno né in cielo né in terra, problemi che non dovevano essere niente, se la tua amica s’è buttata da una finestra. Che poi buttarsi dalla finestra d’inverno di mattina ci vuole un gran coraggio, una combinazione di tutti fattori sopracitati.
Ti pare che te ne sei fatta un po’ una ragione dopo il funerale.
Con le amiche non puoi parlarne, perché sono tutte in negazione, mentre tu fai come tutte le volte che un argomento ti fa male: piangi, e cerchi di ricacciare il pianto all’indietro.
Rimani con le mani sulla bocca quasi ad aver paura di dire cazzate. Del periodo immediatamente successivo al fatto mi ricordo soprattutto tutte le volte che mi sono portata le mani alla bocca per soffocare chissacché, un grido, una parola di troppo.
Ti convinci che era depressione, i sintomi ce li aveva tutti. Ti dai a bere che la depressione è uno scompenso chimico, che tra la vita e la morte di C. c’erano solo delle pillole che non le sono mai state prescritte. Lì puoi buttarla sulla fatalità, e d’altronde t’è stato proibito di chiedere perché, allora è meglio metterla sulla fatalità. Come un mostro che la aspettava dietro l’angolo, puoi incolpare il fato. Ti dici che era un po’ come Il matto di De André, che aveva un mondo nel cuore e non riusciva a descriverlo con le parole. Il fatto è che lei ci riusciva benissimo. Ti orripila capire tante cose di lei solo ora: scriveva poesie che non capivi e come se avessi letto un capitolo sulla sua poetica adesso capisci che cosa volevano dire. Ti consoli un po’ perché i genitori hanno donato gli organi e hanno dato il suo cuore ad una ragazza di 26 anni in fin di vita. Che bel cuore che s’è presa quella ragazza, poi C. era pure sana, non introduceva nessun veleno nel suo corpo, se non vuoi escludere qualche occasionale abbuffata. Sono contenta che chi riceve quel cuore è una persona giovane, e potrà apprezzarlo veramente.
Parlando di lei, vorresti dire che era la ragazza più incantevole mai esistita e ti scazzi un po’ che sembri un’ovvietà perché è vero. Io non l’ho mai vista fare un egoismo, non l’ho mai vista essere sgarbata. Ti chiedi come possa essersi buttata dalla finestra perché davvero, riusciva a sorridere di tutte le piccole cose che tu eri troppo intellettuale per apprezzare. Ti chiedi perché tutti quanti e lei stesso ti ripetevano che lei era diventata forte.
Pensi alla famiglia e ti tiri l’elastico sul polso perché se tu un giorno la supererai questa, loro no. E soprattutto ora, ti chiedi perché cazzo la gente come lei si butta dalla finestra e tanta gente molto meno degna di camminare sulla terra non lo fa. Non è che speri che qualcuno lo faccia, non auguri il male a nessuno ormai, se non altro non auguri ai suoi amici e ai familiari una cosa del genere. Però la domanda ti sorge. E ti tiri l’elastico sul polso.

Annunci

2 thoughts on “Però la domanda ti sorge

    1. Forse, magari per le ragioni sbagliate.
      Però quanto può star male un amico non è neanche lontanamente comparabile a quella della famiglia.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...