Cronaca di una giornata di ordinaria follia nel capoluogo di provincia

La giornata di oggi si potrebbe definire iperbolicamente come un viaggio della speranza con un delicato sapore farsesco.

Partiamo dalla protagonista del nostro viaggio, reduce da una nottata di lavoro e quindi poco lucida. Si capisce non dal fatto che sragiona, ché quello sarebbe anche normale, ma dal fatto che decide di inaugurare le sue ballerine made in china proprio quel giorno.  Ella è priva di senso dell’orientamento perché fa fatica a concentrarsi e quindi a usare la memoria fotografica che le permette di arrivare da A a B. Aggiungiamo sostanziale stress pre esame, digestione a passo di giava causa gastrite, mancanza di sonno: il quadro è completo.

Giunta alla stazione avrei dovuto rendermi conto dell’imminente destino che mi aspettava. L’omino alla biglietteria è a spasso, ma ormai sono scafata utilizzatrice di distributori automatici. Seleziono il primo, che lamenta una mancanza di carta. Va bene. Ce n’è un altro vicino. Va tutto liscio finché non s’arriva al pagamento. Io, ovviamente stolta umana faccio l’errore di inserire 2,50€ anziché 2,45€ e l’infernale aggeggio targato trenitalia, d’improvviso divenuto onesto, afferma di non poter accettare quei 5 centesimi come mazzetta per aver disobbedito al primo comandamento della macchinetta che non ha/dà resto (cioè, sempre mettere l’importo preciso) diversamente da tutte le macchinette del mondo e mi intima di di pagare in altro modo.

Tiro un bestemmione al dio dei distributori automatici. Vado alla biglietteria umana dove l’omino mi fa il biglietto e gli spiego così e cosà. Ma non sono una dipendente trenitalia così, fatto questo, oblitero il biglietto, mi scaravento al binario che OVVIAMENTE è uno di quelli più lontani e faccio un triplo salto carpiato convinta di essere saltata sul treno all’ultimo perché la voce stava dicendo che il mio treno era in partenza. Non è così, e attendo 20 mentre mi becco mezza sonnecchiosa una tirata di due giovani idealisti più in là. Va bene. Viaggio e monologo, non è da tutti. Siccome la tirata si fa irritante tiro fuori il mio quadernino e comincio a spargere geroglifici su una scena di Alieni in Italia che non penso giungerà mai ad essere pubblicata.

Cadono le mie stanche mani sulle eterne pagine così decido di fare della mia borsa un orsacchiotto e me l’abbraccio abbozzando un sonnellino che somiglia più ad un trip.
Si giunge a Macerata a passo di lumaca. In stato stuporoso m’avvio dalla stazione al centro storico. Va tutto bene finché non giungiamo alle scalinate. Quella puttanazza della gastrite decide di farmi pagare lo scotto dell’aver fatto colazione. Come avevo osato, dico io! Questo mi crea affanno e se disgraziatamente il lettore ha mai salito tale scalinata sa che l’affanno aggiuntivo è l’ultima cosa che vuoi.

Ma va bene. Sono giunta in Piazza della Libertà. Devo arrivare a Lingue, è tutto molto semplice. So già la strada perché ci ho smadonnato già una volta.

Giunta a Lingue scopro che la facoltà ospita gli uffici di tutti i professori di lingua possibili inimmaginabili TRANNE quello della prof che cercavo. Leggera imprecazione, detta a mezza voce e in inglese perché d’altronde ero a Lingue. Devo raggiungere un ufficio non meglio precisato. Inutile dire che UNIMC è un tripudio di sigle ma gli impiegati in genere conoscono solo quelle del proprio ufficio. Mi si dice che è in via tal dei tali e che è vicino a Scienze della Disoccupazione, e quindi decido di avviarmi alla ricerca dell’IFL dato che mi stava di strada. All’IFL dovevo fare una semplice fotocopia o scansione per conto di un amico. No problem, no?

No. Avrei dovuto immaginarlo quando ho visto che l’IFL era situato nientemeno che a Filosofia. Ora, filosofia a Mc è pervasa da una sottile ironia. Ogni cosa sprizza ironia. Dall’intento chiaramente delizioso che aveva l’architetto dei tempi che furono quando stava progettando quel magnifico posto, al trip allucinogeno che poi si rivela un giro in quella deliziosa dimora. Entri in un magnifico atrio che sapientemente mescola la natura vecchia e nuova di unimc. Si stima che quest’università sia, dopo quella di Bologna, la più antica università d’Italia. Filosofia, mancanza di sbocchi professionali a parte, è un bel corso di laurea. Ma come tutte le cose sublimi, è tinta da una strano sadismo. Ma torniamo al nostro atrio. Faccio le mie domande ai gentili ragazzi alla reception, molto più simpatici dell’omino con cui avevo parlato a lingue. Mi dicono così e cosà e io mi dirigo verso la biblioteca dell’IFL, ma disgraziatamente, nel tentativo di non sprecare neanche un centesimo dei 5 lauri che si spende di treno, mi distraggo con un’altra commissione che mi ero ripromessa di svolgere a mc. Per cui non noto il cartello biblioteca e seguo i segnali fino all’IFL vero e proprio.

La tromba di scale aveva un profumo di presagio. Salgo uno squallido cunicolo che ammicca alle impossibili costruzioni di Escher e trovo finalmente un pianerottolo dove un gruppo di giovani sembrano confabulare come vecchi indovini. O magari era un’impressione causata dai loro misteriosi libri di filologia di lingue morte. Vedo che sono tutte aule, così mi rivolgo agli aspiranti profeti che trovo stranamente attraenti. Chiedo. Devo dirvi che parte del mio trip probabilmente aveva a che fare con il trovare la mia anima gemella perché nel mio stuporoso incedere vorrei buttarmi tra le braccia di un giovane indovino dai capelli di fuoco e poca carne sullo scheletro. Poi capisco perché provo tanta salvezza e tanta affinità. Penso gli mancasse una visitina alla pagina di modifica di una voce di wikipedia per trasformarlo da homo filologus a homo usuarius.

Come si confa perfettamente alla sede del misfatto, pecco di hybris, ignoro i suoi vaticini e m’addentro ancor di più nell’Ade. Percorro ancora una rampa di scale sempre più escheriana e trovo ancora aule. Il profeta aveva ragione. Torno giù, chiedo perdono al profeta ignitricotico, sento ancora la domina usuaria che riconosce il diamante grezzo di uno spirito affine, ma ahimè altre peregrinazioni mi attendono.
Scopro di aver passato ed ignorato la biblioteca. Entro. Guadagno punti perché avevo la collocazione. 2 settimane di tirocinio per poi imparare che per far felice un bibliotecario bisogna portare la collocazione. Non ne è valsa la pena.
Mi dice che ovviamente lo scanner non c’è, ragazzi dotati di smartphone da irretire non ce ne sono, e l’unica fotocopiatrice funziona con una carta che ovviamente io NON HO!

Mi propone di lasciare un documento e di uscire a fare la fotocopia da un tabaccaio. Vabbè. Mi piange il cuore a portar fuori questo bel libro dalla biblioteca, e a guardare la sua dimensione comincio a mettere in discussione la sanità mentale del committente di tale impresa. Poi uscendo col libro ci penso ed effettivamente la sua pazzia è ormai fatto appurato.

Il tabaccaio è a poca distanza. Chiedo, faccio a tempo a dire “possofareunafotocopia” che mi dice che la loro fotocopiatrice quest’oggi è rotta e stavano giusto aspettando il tecnico. Ma porc! Vabbè, penso con la mia testolina biondoscura, c’è un altro tabaccaio che fa le fotocopie. Ovviamente detto tabaccaio scuote la testa e dice che la fotocopiatrice non funziona bene e le copie vengono illeggibili.

Ora mi giustificate la tirata giù di un porcone? Tuttavia so di una copisteria vicino lingue, non è tanto lontano. Finché percorro la via lancio una sequela di maledizioni a Macerata. Si dice che la mia città d’origine abbia vecchie storiche beghe con Macerata, il che risulta in allarmante frequenza di graffiti recante scritto Rata Merda nell’area stadio. Mai mi sono sentita tanto vicina ai buzzurri della mia città. Seppie calamari e chiocciole di mare a volontà.
Sto camminando borbottando come Homer Simpson verso i cancelli, quando nel sottopassaggio che serve fondamentalmente a sopravvivere all’attraversamento della grande strada che separa dall’altro corso vedo una macchina che fa le fototessere e una FOTOCOPIATRICE A GETTONI. Il prezzo era un latrocinio ma anche se non sono un tipo religioso, riesco a riconoscere un segno.

Faccio le fotocopie (vedo che la pagina che serve al mio amico è una pagina introduttiva, ma non posso chiederglielo perché in questo cellulare non ho il suo numero, così per sicurezza faccio la pagina 668). Possiamo anche dire che ovviamente la macchinetta non dà resto e quindi sono costretta a chiedere a delle persone che stanno aspettando di farsi una fototessera se hanno da spicciare un euro.

Torno di corsa a Filosofia dove restituisco il libro, riprendo il documento, esco e per sbaglio sbatto la porta, mortificata riapro, chiedo scusa e chiudo delicatamente.

Mi allontano da quel posto come se avessi i 4 cavalieri dell’apocalisse alle calcagna.

Nel frattempo mia sorella mi chiama con un indirizzo dove avrei potuto consegnare il glossario che avevo speso la nottata a fare. Ma ormai sapevo che era vicino a scienze della disoccupazione. Raggiungo il posto e mi rendo conto che il mio cervello fumato ha scambiato CETRIL per DIPRI e mi trovo nel posto dove avrei dovuto consegnare i miei moduli di tirocinio. Mi metto ad attendere per un po’ sperando di poter fare qualche domanda utile ma non ne faccio. Uscendo vedo che però appare il centro di tutorato che è il posto dove avrei dovuto svolgere la missione di cui avevo parlato al telefono quando ero a Filosofia.
Entro, chiedo, sbroglio, e loro mi promettono che mi manderanno il cartaceo via posta.
Okay, basta che me lo mandate per marzo, sai, spero di laurearmi.

Ora che sapevo dove dovevo andare, avevo un indirizzo ma non avevo il mio fido navigatore (avevo lasciato la MicroSD che conteneva le mappe a casa nel computer). L’altra volta mi ero ammattita per cercare, pertanto ho deciso di prendere un rischio, lasciar stare il DIPRI, tornare a Cittàlaggiù dove mi aspettavano le mie amiche per andare a pranzo, e consegnarlo proprio nella sezione distaccata di Cittàlaggiù.

In treno mi metto a scrivere questo sproloquio, ribollente di rabbia e isterica per la mancanza di sonno. Sono anche preoccupata perché non avevo potuto controllare se fosse la pagina giusta. A piovere letteralmente sul bagnato, dalle tubature sopra il sedile davanti gocciola acqua quando il treno è fermo.

Per quell’ora i miei piedi sono doloranti e presentano bolle che fanno un male da morire.
Ma io fisso l’acqua che gocciola e la trovo affascinante.
Devo ammettere che non ho dormito quindi tendo anche a impallarmi guardando l’infinito.

Ciononostante dato che sono un’umana e non un animale, non posso che apprezzare la bellezza dello squisito leitmotiv di tormento che permea tutta la giornata e ad arrendermici.

Ma è valsa la pena, perché ho incontrato un sacco di gente che non vedevo da tempo e che mi ha fatto piacere rincontrare, sia a MC che tornati a CittàLaggiù.

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8 pensieri su “Cronaca di una giornata di ordinaria follia nel capoluogo di provincia

  1. Voglio laurearmi anch’io in scienze della disoccupazione, almeno poi se non trovo lavoro sono scusata xD
    (e cmq, anche a ca’ fottiti sono tutti così gentili e simpatici e con gli uffici sparsi in giro per la città)

    1. Sì ma MC un tempo era centralizzata! C’era tutto a portata di mano! Perché? Pagavano pure meno imu, mannaggia a loro. Perché non pensano a cercare un altro posto a CittàLaggiù per la sezione distaccata a CittàLaggiù visto che li stanno per buttare fuori?

    1. giornate surreali come queste sono praticamente all’ordine del giorno per uno studente.
      Fortunatamente a MC ci devo andare ogni tanto, sennò veramente c’era da piangere!

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